Associazione culturale e di rievocazione storica Gallica

I Druidi e Pitagora

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Iniziamo con l' analizzare le fonti classiche che parlano di un probabile rapporto tra Druidi e Pitagorici:

 

"...lo studio in scienze degne di stima, intrapreso dai Bardi, dai Vati e dai Druidi, è stato svolto da persone colte. I Bardi hanno cantato al dolce suono della lira, componendo versi eroici sulle gesta dei prodi; i Vati si sono sforzati, con le loro ricerche, di penetrare gli accadimenti e i segreti più sublimi della natura; tra costoro prevalgono, per il loro genio, i Druidi, così come ha stabilito l'autorità di Pitagora"

Timagene, riportato da Ammiano Marcellino, XV, 8-9



 

In questo estratto vi sono due spunti interessanti, il primo è proprio l'esplicito riferimento a Pitagora, il secondo sta in questa frase:

 

i Vati si sono sforzati, con le loro ricerche, di penetrare gli accadimenti e i segreti più sublimi della natura; tra costoro prevalgono, per il loro genio, i Druidi,

Da quel "tra costoro" si può supporre che Timagene i Druidi non sono una categoria a parte, ma anch'essi appartenenti ai Vati i quali studiano e cercano di penetrare i segreti della natura, studi comuni anche ai Pitagorici i quali, con l'ausilio dei numeri,  cerano di spiegarla, ed è proprio in questo che i Druidi si diversifiacano dagli altri Vati; ovvero utilizzando i sistemi stabiliti dall'autorità di Pitagora, ma a parte la congettura sulla differenza tra vati e Druidi, il dato oggettivo è che per l'autore i druidi agiscono in modo coerente con quanto stabilito dal filosofo, scienziato e non solo, greco.

un'altra citazione classica ritroviamo riguardante il rapporto Druidi e Pitagora viene da Diodoro Siculo.

“La dottrina di Pitagora è fortemente diffusa fra loro, secondo la quale le anime degli uomini sono immortali e che dopo un determinato numero di anni cominciano una nuova vita, lo spirito che si incarna in un altro corpo.
Di conseguenza, a ciò che ci è stato detto, ai funerali dei loro morti gettano alcune lettere sulla pira, nelle quali hanno scritto ai loro cari defunti, come se i morti potessero leggere queste lettere.”

Diodoro Siculo, Biblioteca Storica, V, 28

 

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