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Questo modo di pensare però ha un vizio di forma, ovvero pensavano che si trattasse di popolazioni nomadi in quanto le confrontavano con altre popolazioni nomadi ancora presenti nelle steppe della Mongolia, questo finché nel 1922 un ricercatore di nome Giles fece notare che esistevano anche termini indicanti una conoscenza agricola, anche se ciò non poteva ancora bastare in quanto esistono tipi di colture compatibili col nomadismo; quindi per smentire definitivamente la teoria nomade Giles portò a suo favore termini indoeuropei che indicavano casa, villaggio e cittadella fortificata.

Da ciò dedusse che gli indoeuropei erano allevatori stanziali, il che ha una rilevanza importante in quanto si doveva cercare, come patria ancestrale, un territorio pianeggiante che consentisse l’agricoltura con i mezzi rudimentali del periodo e grandi quantità di pascoli.

Giles identificò la pianura ungherese chiamata Pannonia, secondo lui tale ubicazione poteva spiegare anche la facilità migratoria degli indoeuropei, i quali utilizzavano la rotta segnata dal Danubio.

Verso la fine del ‘900 si ipotizzò come probabile sede di origine le steppe al sud della Russia, a suggerirlo fu O. Schrader, che in seguito fu appoggiato da altri studiosi; la conformazione geografica si adatta ma purtroppo le uniche prove apportate sono di tipo linguistico, continuano a mancare le prove archeologiche.

La svolta avvenne con l’archeologa, lituana di nascita e americana di adozione, Marija Gimbutas, la cui tesi è tutt’ora la più apprezzata, anche se non mancano oppositori che si basano su recenti scoperte.

La Gimbutas trovò reperti archeologici che confermavano l’archeologia linguistica, inoltre spiegò e datò le varie ondate migratorie.