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Con questo scritto si raggiunge l'apice della propaganda anticeltica, con un oratoria impeccabile tipica di Cicerone, si vuol far passare tali popoli alla stregua di animali sanguinari e con credenze assurde e sbagliate, il tutto rivolgendosi direttamente al pubblico.

Comunque il dato importante di tutto discorso, che ovviamente non trapela dai testi citati, probabilmente non per mala fede ma per la reale incapacità di comprendere il pensiero e la credenza celtica relativa al principio dell'immortalità dell'anima.

Infatti bisogna tener presente che presso i Celti  la morte non veniva temuta, in quanto non rappresentava la fine

ma un punto intermedio di una ben più lunga esistenza, tanto che non mancano le prove di persone che volontariamente si sacrificano.

Se a questo aggiungiamo che presso i Celti ogni persona aveva un valore quantificabile anche sul piano materiale,

( oro o bestiame ) nel caso di un danno subito, di vario genere, il criminale era tenuto a pagare un certo prezzo di risarcimento, mentre nel caso che non fosse stato in grado di pagarlo, la vittima poteva utilizzarla come sacrificio al fine di ottenere dei benefici come una guarigione.

Questo sistema che può sembrare macabro non lo era per loro, in quanto la vittima sapeva che il suo sacrificio sarebbe servito a riparare ad un danno fatto e che la sua anima avrebbe proseguito lungo il cammino della sua esistenza.

Visto da questo punto di vista il sacrificio diventa una sorta di condanna a morte, a cui si può ovviamente essere favorevoli o contrari,  rimane il fatto che di questo si tratta e che è addirittura più avanzato della pena di morte vigente tutt'oggi in democrazie che si ergono a paladini della giustizia mondiale.

Infatti vi si può credere o no, ma loro pensavano realmente che il sacrificio riparasse il danno commesso, quindi era eseguito in modo "positivo", mentre ai giorni nostri la pena di morte è esclusivamente una pratica punitiva; la differenza se ci pensate bene è radicale!

La prova della non comprensione da parte dei romani emerge chiaramente in due testi, il primo di Cesare, il secondo di Pomponio Mela, i quali parlano della medesimo argomento ( funerali )  ma in modo totalmente differente:

 

Cesare:

 

"I funerali sono, per quel che la civiltà dei Galli permette, veramente lussuosi: vien gettato sul rogo tutto ciò che era caro al vivo, anche gli animali; poco tempo fa anche i servi e i clienti cui era particolarmente affezionato venivano bruciati insieme al cadavere, dopo la celebrazione dei riti."

 

Pare strano che servi, "non schiavi" e clienti, entrambi uomini liberi ,vengano giustiziati in onore del defunto; infatti la verità emerge in Pomponio Mela il quale dice:

 

"Un tempo rimandavano all'aldilà la conclusione degli affari e il pagamento dei debiti. Alcuni, addirittura, si gettavano sul rogo dei loro parenti come se ne andassero a stare con loro."

 

 

Progetto di rievocazione storica Germanica di cui fa parte anche il Nemeton Ruis

 

 

 

 

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