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Lo spirito del Cervo

 

Il cervo è uno degli animali e dei simboli più importanti nella cultura celtica, che ne ereditò forse il valore della precedente tradizione pre-indoeuropea e che successivamente lo passò alla religione cristiana.

Questo bellissimo animale era considerato un essere spirituale appartenente alla Dea Madre ed era associato a un culto della fertilità più terreno che celeste, anche se nel suo simbolismo non mancano elementi solari.

I palchi di cervo erano una delle caratteristiche più tenute in considerazione perché, rinnovandosi periodicamente, lo rendevano il simbolo della vita che ringiovanisce di continuo, della rinascita e del corso della tempo.

Questo ne faceva un degno rappresentante della Vita interpretata come divinità e del rinnovo della natura, incarnata spesso sotto le figure di dee e dei. Il cervo,infatti, era abbinato alla figura del Dio Cernunnos, uno dei più antichi dei celtici che sembra essere stato già invocato dalle popolazioni europee del Mesolitico e del Neolitico, dio che la tradizione cristiana utilizzo, insieme a Pan, per forgiare l’immagine del Diavolo. Cernunnos ha corna di cervo che gli svettano sul capo e tiene in mano un torque(simbolo di regalità).

 

Nella foto è mostrato un pezzo del calderone di Gundestrup (risalente al I secolo a.C.).

In questa placca d’argento che è una delle tante che compone il calderone, Cernunnos è seduto in tutto il suo splendore, circondato da simboli di fertilità e abbondanza, accompagnato da cervi, serpenti e cinghiali.

 

Nella Tradizione celtica i cervi erano detti “tori delle fate” o “bestiame della Dea” e la stessa definizione di “bestiame di Flidais” veniva data ai cervi che traianavano il carro della dea e le correvano attorno. I cervi erano perciò considerati gli intermediari fra il mondo degli Dei e quello degli uomini.

Infatti in molte storie, comprese le saghe arturiane, accade che mentre l’eroe si reca a caccia, o mentre passeggia in luoghi incantevoli della Natura,incontri un cervo(di solito di colore bianco)inviato dalla fata per attirare l’eroe nel proprio regno(ma spesso non è che la fata stessa sotto mentite spoglie).

Naturalmente l’eroe del racconto si innamora al primo sguardo della fata,bellissima e riccamente vestita,sovrana del regno fatato. I due sono felici.Il tempo passa, l’eroe si dimentica del mondo umano di cui faceva parte.

Prima o poi, la nostalgia lo assale e con essa il desiderio sempre più prepotente di tornare a rivedere parenti e amici.

Il tempo è differente nel regno delle fate. L’eroe crede di vivere nel regno fatato da un paio di settimane, al massimo da un mese. Non sa che intanto, nel mondo degli uomini, sono passati anni e anni, a volte anche secoli.

L’eroe ottiene dalla fata il permesso di tornare nel suo mondo. Non se ne andrà per sempre, è sottointeso, ma quanto basta per riallacciare i fili dei suoi antichi affetti.

La fata gli concede il permesso ma, per assicurarsi che il suo amato ritorni sul serio, giovane e bello come essa l’ha conosciuto, gli impone un divieto e quindi un patto:una scatolina d’oro che non si deve aprire mai ed il divieto di scendere da cavallo.

Il divieto racchiude il segreto del tempo: se non viene rispettato gli anni in cui l’eroe è vissuto dal mondo mortale gli ricadranno addosso tutti insieme.

A eccezione di poche, le fate in genere non avvertono l’eroe della peculiarità del divieto. Mettono alla prova la sua lealtà, la quale quasi sempre è tutt’altro che ferrea. Anche nei rari casi in cui l’eroe viene amorosamente avvertito del pericolo che correrebbe, la trasgressione avviene puntualmente.

Pur essendo stato avvertito dalla sua fata che erano passati tutti quegli anni dal giorno in cui l’eroe aveva lasciato il mondo dei mortali. Il giovane insiste per tornare al suo villaggio. La fata gli impone il divieto di scendere da cavallo. Mentre il bel destriero dell’eroe sta trotterellando sulla strada di casa, un vecchio che sta conducendo un carro si accascia a terra, e il carro rischia di cadergli addosso, schiacciandolo. L’eroe si dimentica in un lampo del divieto della fata, tutto preso dalla pena che prova per il poveretto. Balza da cavallo, corre vicino al vecchio per soccorrerlo. In quel momento, il vecchio si alza di scatto in piedi, agile e forte come un giovanotto, afferra l’eroe per la gola soffocandolo.

Era il tempo che gli restituiva tutti i suoi anni con un inganno.

 

Da questa storia si può capire che i cervi,per questa loro particolare funzione,furono anche visti come accompagnatori delle anime nell’Altromondo(come la renna ed il capriolo)e, in questo senso è associato a Samhain, momento in cui le “porte” dell’Altromondo si aprono per lasciar passare in questo gli esseri fatati del sidhe, o permette agli umani di accedere ai reami di luce.

Il cervo maschio era simbolo di rapidità, prestanza, agilità e vigore e nella sua figura di maschio combattente, di capo branco e solitario corridore rappresentava il guerriero, il capo clan o il cavaliere solitario. Il cervo incarnava una forza in sintonia con i ritmi della natura nell’avvenimento annuale della perdita e della ricrescita delle sue corna, più possenti delle precedenti.

Vita-Morte-Rinascita erano il ciclo della vegetazione, il Canto della Vita che faceva il cervo e delle sue corna un potente simbolo di speranza, di longevità e abbondanza, un’importante figura dell’aspetto del divino della Natura(Cernunnos)che, pur appartenendo al regno animale, viveva un fenomeno vegetale. I Celti perciò usavano molti talismani in corno di cervo per evocare le qualità dell’animale e la sua pelle e i suoi palchi venivano adottati come ornamenti e indumenti rituali.

La femmina del cervo, invece, rappresentante del principio femminile, possiede leggerezza, fiuto e grandi capacità di mutare forma e ha il ruolo di condurre il cacciatore nel profondo della foresta dei misteri.

 

Infine, ancora più è la figura del cervo bianco. Nel nostro tempo molte volte è stato visto e fotografato il famoso Cervo Bianco dell’Isola di Arran, su cui, secondo la tradizione, Colite dei Fianca scrisse il poema Arran dai Molti Cervi.

Il cervo bianco è associato al dio Lugh e alla luce segreta del sole, simbolo dell’iniziato ai misteri della vita e della morte, di colui che ha superato le prove di trasformazione e rinnovamento della propria personalità, ottenendo la conoscenza. In effetti in moltissime tradizioni questo animale, soprattutto di colore bianco, è simbolo del sole nascente che raggiunge lo zenit, è il mediatore tra cielo e terra, il messaggero divino.

 

 

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